Qualche tempo fa ho ascoltato nel podcast di Gianluca Gazzoli, Passa dal BSMT, in cui ha intervistato Luciano Ligabue. Al di là delle personali preferenze, mi ha colpito la sua spiegazione del concetto di “tra palco e realtà”.
Nell’intervista Ligabue descrive la differenza tra la sua dimensione pubblica e quella privata definendo il palco come un luogo in cui acquisisce una “sicurezza che è maggiore di come sto sotto il palco”.
Concetto molto vicino al mio modo di pensare ed alla mia personalità.
Concetto che posso anche declinare alla posizione che penso di assumere come divulgatore: sono in quello spazio tra palco e realtà.
Dove il palco rappresenta tutte le mirabolanti possibilità che i software e più in generale l’informatica promettono agli utenti.
E la realtà, quella dei professionisti, meglio se singoli, che devono dividersi tra normativa, tecnici comunali, clienti, parcelle, recupero crediti, condoni, abusi edilizi, imprese, triple capriole all’indietro dei fornitori e, ovviamente, l’informatica tutta, dal software all’hardware.
C’è un ricordo che ogni tanto riaffiora, specialmente quando il carico di lavoro si fa sentire e le scadenze mordono le caviglie: l’odore pungente dell’ammoniaca delle copie eliografiche.
Oggi, vent’anni dopo, lo scenario è radicalmente cambiato.
Mi muovo tra i modelli complessi di Archicad, nuvole di punti e stringhe di codice, consapevole che stiamo vivendo un salto di paradigma paragonabile solo al passaggio dal tecnigrafo al CAD degli anni ’90.
Ma questa volta, il cambiamento non riguarda solo il “come” disegniamo, ma il modo profondo in cui pensiamo l’architettura.
Tra i colleghi e nei vari gruppi LinkedIn che frequento, sento spesso aleggiare un fantasma: la paura che l’Intelligenza Artificiale ci rubi il lavoro.
Siamo di fronte a un “treno” che corre molto più veloce di quanto abbia mai fatto il BIM, e restare a terra non è un’opzione per chi vuole rimanere competitivo.
In questo articolo, voglio tracciare una panoramica di come la nostra professione si stia evolvendo, toccando quattro pilastri che approfondiremo in seguito:
- l’integrazione dell’IA
- uso pragmatico del Digital Twin
- il potere della progettazione immersiva
- la sfida dell’interoperabilità.
Indice
Oltre l’hype
Dimentichiamo per un attimo le immagini oniriche di grattacieli impossibili generate per ottenere qualche like sui social.
Nella quotidianità di un libero professionista, l’IA deve essere vista come un collaboratore attivo, un “acceleratore” che ci permette di passare dal Computer Aided Design all’AI Driven Design.
Te ne ho parlato anche in questa serie di articoli che ti consiglio di approfondire per seguire il tema.
Anche dopo vent’anni di esperienza, il blocco della pagina bianca — o meglio, della schermata vuota di Archicad — esiste ancora.
L’IA interviene qui, non per sostituire il nostro design, ma per dialogare con esso in fase preliminare, permettendoci di esplorare volumetrie e stili in pochi secondi.
Ma il vero salto di qualità è l’automazione democratica.
Linguaggi come il GDL o Python sono sempre stati per me come il “tedesco antico“: affascinanti ma ostici.
Oggi, grazie all’IA, possiamo generare script complessi per automatizzare la nomenclatura di centinaia di zone o creare espressioni per abachi parametrici semplicemente chiedendo a un assistente digitale di agire come un esperto BIM Specialist.
Questo è ciò che definisco Architettura Aumentata: la capacità di un architetto cinquantenne di avere le abilità di scripting di un “nerd” ventenne, mantenendo però intatta la propria preziosa esperienza costruttiva.

Il Digital Twin domestico
In Archicad costruiamo modelli sofisticatissimi, ricchi di dati millimetrici, che troppo spesso “uccidiamo” trasformandoli in semplici PDF o stampe piatte.
La nuova frontiera è il Digital Twin Domestico.
Non è un concetto fantascientifico riservato agli aeroporti, ma una “radiografia perenne” dell’abitazione che consegniamo al proprietario.
Significa trasformare il modello As-Built in un’app navigabile su tablet (come ad esempio il BIMx).
Dove ogni oggetto — dalla caldaia virtuale alla stratigrafia del muro — contiene dati reali, manuali di manutenzione e garanzie.
Questo approccio trasforma l’architetto da semplice fornitore di disegni a consulente di gestione, creando nuove opportunità di mercato basate sul monitoraggio e l’aggiornamento continuo del patrimonio edilizio.
Leggi anche: Condividi i tuoi progetti Archicad con BIMx: il ponte tra progettisti e stakeholder
Vedere per credere
Quante volte in cantiere un cliente ci ha detto: “Architetto, ma io me la immaginavo più grande“?.
Il render tradizionale, pur essendo uno strumento di marketing formidabile, è spesso una “bugia bianca” che usa inquadrature ingannevoli per nascondere pilastri o ampliare spazi angusti.
La Realtà Virtuale (VR), invece, è spietata perché lavora in scala 1:1: se un corridoio è stretto, in VR ti senti le spalle oppresse.
Utilizzare un visore non serve solo a fare “l’effetto wow“.
È uno strumento di validazione tecnica che permette di scoprire, ad esempio, che una scala a norma si può percepire soffocante prima ancora di posare il primo mattone.
E quando ci spostiamo nel “cantiere sporco“, entra in gioco la Realtà Aumentata (AR).

Sovrapporre il modello BIM alla realtà attraverso un tablet ci permette di individuare se uno scarico è fuori asse di pochi centimetri prima di gettare il massetto, salvandoci da varianti costose e discussioni infinite.
La giungla dei software
Noi architetti siamo i direttori d’orchestra, ma oggi i nostri musicisti parlano lingue diverse: chi usa Revit, chi software termotecnici, chi fogli Excel.
Pensare di obbligare tutti a usare lo stesso software è un’illusione pericolosa che uccide la qualità.
La soluzione è l’OpenBIM, dove il file IFC funge da ponte universale.
Tuttavia, l’interoperabilità non è un semplice tasto “salva con nome“, ma un processo metodologico.
Richiede di saper classificare correttamente gli elementi (distinguendo, ad esempio, un muro portante da un tramezzo) e di gestire i traduttori in modo chirurgico.
Quando questo flusso funziona, possiamo eseguire la Clash Detection digitale, trovando interferenze tra impianti e strutture mesi prima che l’operaio prenda in mano la carotatrice.
Collaborare in formato aperto significa non restare isolati in una “isola digitale“, ma diventare il nodo centrale di un team integrato e moderno.
Vegetalizzazione
Nel mio mondo fatato vedo andar così le cose, come te le ho appena descritte.
Leggo però che ci sono delle derive, una tra tutte la testimonianza di utente che ha utilizzato un chatbot particolarmente evoluto:
“Non penso nemmeno più al pranzo. Ordina lui per me alle 12:30 qualcosa che mi piace nel posto dove ordino io. Addebita tutto sulla carta. Fatto”
Ecco, anche “Too much” per i miei gusti.
Appare però chiaro che il nostro ruolo sta cambiando: il valore si sposta dalla produzione alla curatela.
Certamente, questa evoluzione porta con sé sfide etiche e legali legate alla privacy e alla proprietà dei dati, questioni che dobbiamo affrontare con coscienza deontologica.
È un percorso stancante, a tratti frustrante, che non ci hanno insegnato all’università.
Eppure, integrare l’Intelligenza Aumentata, il Digital Twin, la VR e l’OpenBIM è l’unica via per tornare a costruire spazi migliori, più sostenibili e, soprattutto, più umani.
Nei prossimi articoli, entrerai nel dettaglio di ciascuno di questi temi, esplorando gli strumenti tecnici e le strategie pratiche per non farsi travolgere dalla “giungla” tecnologica e restare padroni della tua capacità architettoniche.
