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Welcome to the Jungle: progettare nell’era del rumore digitale

6 min read
Welcome to the Jungle

C’è un vecchio adagio che gira tra noi architetti della “vecchia guardia“: “L’architetto è il direttore dell’orchestra”.

Ed è vero.

Ma il problema è che oggi, in quell’orchestra, il violinista parla cinese, il violoncellista parla tedesco e il percussionista suona uno strumento che tu non hai mai visto prima.

Per questo ho preso in prestito il titolo del famoso brano dei Gun’s Roses.

Mi spiego meglio. 

Vent’anni fa, il coordinamento con gli specialisti era una questione di tavole stampate e pennarelli colorati.

Ci si trovava intorno a un tavolo, si sovrapponevano i lucidi e si cercava di capire dove il tubo dello scarico andava a sbattere contro la trave in cemento armato.

Se c’era un errore, si cancellava con le lamette e si correggeva a china. 

Oggi, il “tavolo” è diventato digitale.

Io lavoro con Archicad, lo strutturista usa Revit, il termotecnico usa un software specialistico per il calcolo energetico e l’impresa magari vuole un file Excel per il computo metrico. 

Se non troviamo una lingua comune, il progetto non è più un’opera d’arte: è la Torre di Babele.

E quando c’è una Babele, i costi lievitano, i tempi si allungano e, alla fine, la colpa è sempre dell’architetto, tanto per cambiare…

Ecco perché oggi voglio parlarvi di OpenBIM e interoperabilità.

Non come concetti astratti da conferenza, ma come strumenti di sopravvivenza quotidiana per il libero professionista.

Indice

  • Il Software Unico
  • IFC non è un tasto è un processo
  • La Classificazione
  • Il Model Checking
  • Gestire le Aspettative
  • Il v alore economico

Il Software Unico

Molti colleghi pensano che la soluzione sia obbligare tutti a usare lo stesso programma. “Io uso Revit, quindi tu devi usare Revit”, o viceversa.

È un’illusione pericolosa. 

Primo, perché non puoi imporre a un ingegnere strutturista senior, che lavora benissimo con il suo software da trent’anni, di cambiare tutto solo per te.

Secondo, perché il monopolio tecnologico uccide la qualità.

L’OpenBIM è la filosofia del “vivi e lascia vivere“.

Io resto nel mio amato Archicad, dove sono veloce e creativo, e tu resti nel tuo programma preferito.

Il ponte che ci unisce è il file IFC (Industry Foundation Classes).

Immaginate l’IFC come il PDF dell’edilizia.

Beh, non proprio, ma passami il paragone per semplificare le cose e renderle comprensibili.

Quando mandi un PDF, non ti interessa se chi lo riceve usa Word, Pages o un software di impaginazione professionale: lui vedrà il testo e le immagini esattamente come le hai pensate tu.

L’IFC fa lo stesso con i muri, le travi, le finestre e, soprattutto, con i dati che ci sono dentro.

Anche qui, come ho spiegato a più riprese tra articoli, podcast e video, è una semplificazione e l’IFC è una buona risposta per molto ma non per tutto.

Leggi anche: Cos’è il formato IFC

architetto è il direttore orchestra

IFC non è un tasto è un processo

Sento già l’obiezione del collega cinquantenne: “Eh caro mio, io ci ho provato a mandare l’IFC, ma lo strutturista mi ha detto che vedeva i muri come blocchi informi e che le finestre erano sparite!”.

Non fosse capitato anche a me, ma è capitato anche a me: esportando l’IFC senza metterci mano, il modello sul computer di chi stava eseguendo le verifiche termiche era senza alcune pareti esterne.

Come non averglielo mandato, anzi, se non lo avessi mandato mi risparmiavo una brutta figura!

Questo perché è qui che casca l’asino: l’interoperabilità non è premere “Salva con nome“.

È un processo che richiede metodo e la qualità dell’IFC dipende da come hai modellato.

La Classificazione

In un progetto recente, ho dovuto coordinare dieci appartamenti.

Lo strutturista aveva bisogno di distinguere i setti portanti dai tramezzi leggeri. In Archicad, non basta che il muro sia “più spesso“.

Devi assegnargli la Funzione Strutturale corretta (Elemento Portante vs Non Portante) e la Posizione (Interno vs Esterno).

Quando esporti il file IFC, devi usare il Traduttore corretto.

Se fai queste tre cose correttamente, l’ingegnere riceve un modello dove può “spegnere” con un clic tutto ciò che non è struttura.

Lui lavora meglio, tu ricevi i calcoli prima, e nessuno ha dovuto ridisegnare nulla.

Questa è interoperabilità reale.

Il Model Checking

Il vero vantaggio del dialogo tra software diversi si vede nella Clash Detection (il controllo delle interferenze).

In passato, scoprivi che il condotto della climatizzazione incrociava la trave principale solo quando l’operaio era con la carotatrice in mano e tu con gli occhi sbarrati.

O peggio, quando ci si poteva specchiare nel taglio netto dell’acciaio di armatura che si affacciano sul foro appena carotato…

A quel punto erano dolori: varianti, ritardi, costi extra.

Oggi, puoi prendere l’IFC dello strutturista e quello dell’impiantista, fonderli dentro Archicad o, meglio ancora, in un visualizzatore esterno come Solibri o BIMcollab.

In una mattinata di controllo digitale, trovo magari 15 interferenze.

Le segno, mando un BFC (BIM Collaboration Format – un altro standard aperto che è come una chat legata al modello) e i colleghi le sistemano nei loro uffici.

Quando arriviamo in cantiere, i tubi passano dove devono passare.

Il cantiere scorre liscio come l’olio o almeno un po’ più liscio del solito.

Il cliente pensa che tu sia un genio, anche perché hai usato bene lo standard OpenBIM, ma questo lui non lo può sapere; l’importante è risultare un genio.

Leggi anche: BIM Collaboration Format (BCF): collaborare meglio nei progetti BIM

Gestire le Aspettative

Un errore che facevo spesso all’inizio era mandare “tutto a tutti“.

Mandavo un modello da 500 MB allo strutturista che voleva solo sapere dove sono i pilastri.

Risultato? Il suo computer si piantava e lui tornava a chiedermi le piante in 2D, richiesta condita con qualche improperio.

Come avrai imparato qui sul blog, l’interoperabilità è chirurgia, non macelleria.

Bisogna definire prima gli appropriati livelli di definizione: per il termotecnico non mi serve modellare le maniglie delle porte, serve la stratigrafia dei muri con le trasmittanze corrette.

Meno dati inutili, meno errori di traduzione, più velocità.

Il valore economico

Perché un professionista di 50 anni dovrebbe sbattersi a imparare queste dinamiche? Non è solo per la gloria tecnologica.

È per il mercato.

architetto è il direttore orchestra

Oggi le stazioni appaltanti e i grandi clienti privati iniziano a chiedere i modelli BIM.

E non chiedono “un file Archicad“, chiedono la consegna in formato aperto IFC per poter gestire l’edificio negli anni.

Certo, ad inizio 2026 dovrebbero pretendere i file IFC, ma questa è un’altra storia.

Essere esperti di interoperabilità significa poter collaborare con chiunque.

Posso lavorare con lo studio di New York che usa Revit o con l’ingegnere di quartiere che usa un software di calcolo locale.

Divento un “nodo” centrale nella rete delle costruzioni, imbattibile dal punto di vista dell’efficienza.

Inoltre, riduce drasticamente le ore passate a “ripulire” i disegni degli altri, stile filosofia CAD, se mi passi il termine.

Se il flusso OpenBIM è stato impostato bene, il dato entra ed esce pulito.

Meno tempo a fare i disegnatori, più tempo a fare gli architetti (e a fatturare per la consulenza strategica).

Nonostante tutto, sembra di rivedere ancora studi che lavorano per comparti stagni, arroccati dentro il loro software di elezione, guardando con sospetto chi usa altro.

È una mentalità da secolo scorso.

L’architettura del futuro non è fatta di geni solitari, ma di team integrati.

E l’OpenBIM è il protocollo di comunicazione che permette a questi team di funzionare.

Non avere paura dei file IFC.

Non avere paura se lo strutturista non usa il tuo programma.

Abbi paura, invece, di restare isolato in un’isola digitale dove parli solo con te stesso.

Non esistono le isole felici di progettazione.

Imparate a mappare le proprietà, a usare le classificazioni e a coordinare i modelli: in fondo, noi vecchi architetti lo sappiamo bene che il cantiere non perdona.

E l’OpenBIM è la miglior difesa che abbiamo costruito negli ultimi vent’anni per tornare a dormire sonni tranquilli.

Autore

Roberto Marin

Architetto libero professionista e BIM specialist.
Creo contenuti dedicati alla co-evoluzione dell’Architettura e della Tecnologia; vivo + lavoro tra le colline a nord di Torino.

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